giovedì 31 maggio 2018

Storie di scuola e insulti

La seconda ora fu talmente spiacevole per Matteo da fargli addirittura rimpiangere la lezione di Cinismo.
Difatti, pochi minuti dopo l’uscita di scena di Gelindo Ferrara, fece il suo ingresso nell’aula il magrissimo, altissimo e nasutissimo insegnante di Insulti: il professor Alvaro Sampietrini.
Il docente s’impadronì della cattedra, posò gli appunti e con malcelata indolenza prese a stiracchiarsi.
Dopo qualche istante, come se solo in quel momento si rendesse conto della presenza degli studenti, esclamò sguaiato: “Cosa avete da guardare, razza di deficienti? Sono per caso uscito di casa senza mutande?”
Nuove risate riempirono l’aula, fortunatamente non riguardanti Matteo, con il sollievo di quest’ultimo. Tuttavia cantò vittoria troppo tardi, poiché uno dei compari di Emiliano, il corpulento Cristiano, seduto accanto ad Alessandro nell’ultimo banco alla loro sinistra, si affrettò a riportare i riflettori sul nuovo arrivato.
“Professore, abbiamo un novizio…”
Matteo provò all’istante un appassionato odio per il flaccido indice della mano destra con il quale il compagno lo centrava, dando le indiscutibili coordinate al professor Sampietrini su dove si trovasse il novellino in questione.
L’insegnante avanzò lungo la fila nel lato in cui sedeva Matteo e non appena lo vide esclamò a voce alta, provocando le risa di Emiliano sopra tutti: “No! Una testa di carote nella mia classe?”
Matteo non ce la faceva più a sopportare tutte quelle umiliazioni e senza rendersene conto si era alzato in piedi con l’intenzione di uscire.
“Fermo tu”, urlò alterato il docente. “Vuoi forse aggredirmi? Guarda che non ho problemi a picchiarti, te lo dico subito, qui è permesso.”
“Non la voglio aggredire!” saltò su Matteo. “È che non posso stare qui a farmi insultare…”
“Non puoi stare qui a farti insultare?” ripeté Sampietrini sinceramente sorpreso. “Io non ti sto insultando, ragazzino. Ti sto insegnando a farlo. È la mia materia.”
“Ah, giusto…” fece il ragazzo confuso.
“Quindi, imbecille che non sei altro, siediti e impara.”
Il professore fece per tornare alla cattedra e quando stava ormai per sedersi, si voltò di scatto, come colto da una geniale intuizione.
“Anzi, vediamo di battezzarti subito. Cristiano e testa di carote, venite qui alla lavagna.”
Il nostro, preceduto dall’altro sfacciatamente sorridente, ci tenne subito a precisare.
“Professore… il mio nome è Matteo Gramigna.”
“Matteo La Pigna?” fece l’insegnante con chiaro intento di schernirlo, suscitando rumorose risate negli studenti.
“Gramigna”, strillò il ragazzo. “Matteo Gramigna.”
“Come ti permetti di alzare la voce con me?” reagì stizzito l’insegnante facendo un passo verso di lui. “Ti ho già detto che in questa scuola il corpo docente ha la facoltà di alzare le mani…”
“No, mi scusi”, tentò di spiegare il nostro. “Volevo solo dire che il mio cognome è Gramigna e non La Pigna.”
“Va bene”, liquidò la questione Sampietrini, “lasciamo perdere. Oggi farai la tua prima gara di insulti. Tu e Cristiano metteteve uno di fronte all’altro.”
L’amico di Emiliano obbedì prontamente e, sebbene un po’ riluttante, fece lo stesso anche Matteo, ignaro di quel che stava per accadere.
I due si trovavano ora davanti alla classe, in una specie di duello all’ultima ingiuria.
“Le regole sono semplici”, disse Sampietrini mettendosi in mezzo ai due. “L’insulto deve essere pronunciato entro cinque secondi e non si può ripetere ciò che è stato già detto. Avete capito, idioti?”
“Certo, prof”, dichiarò Cristiano super concentrato.
Matteo annuì perplesso, ansioso di togliersi di lì il prima possibile.
“Comincia tu, La Rogna”, lo invitò il professore.
“Gramigna…” mormorò il nostro timidamente. “Ma cosa devo fare?”
“Lo devi insultare, rosso!” gridò il professore impaziente.
Il nostro, estremamente a disagio, buttò lì la prima parola che gli venne in mente: “Stupido.”
Una valanga di risate sgraziate lo travolse all’istante.
“Stupido?” ripeté sorpreso quanto disgustato Sampietrini. “Va bene, continuiamo. Tocca a te, Cristiano…”
“Culo rotto”, disse il ragazzo con grande calma.
“Cretino”, urlò Matteo, cercando di infondere rabbia nella voce.
“Coglione”, ribatté indifferente Cristiano.
“Sciocco”, gridò il nostro mettendo a dura prova le corde vocali.
“Finocchio”, disse l’altro aggiungendo un sorriso maligno.
“Non sono omosessuale” berciò Matteo isterico. “Come ve lo devo dire che non sono omosessuale?”
“Stop”, intervenne prontamente il professore. “Vince Cristiano. Andate a sedervi tutti e due, ora.”
Mentre l’altro scambiava i prevedibili cinque con i compagni divertiti, il nostro riguadagnò il posto nell’ombra, insieme ai classici buu di sottofondo.
La scuola dei bulli stava diventando un incubo.

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

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