giovedì 6 dicembre 2018

Educazione civica obbligatoria a scuola

C’era una volta il ministro dell’istruzione gialloverde.
Con lui il capo del gove… ops, mi sbaglio sempre, che volete farci.
Ma non è colpa mia, figuriamoci.
Dicevo, e con lui il ministro dell’interno e quello delle politiche sulla famiglia.
Quello, insomma, per esteso quelli.
In breve, questi, ogni sottinteso è puramente voluto.
Questi hanno di recente annunciato che l’Educazione civica tornerà obbligatoria.




No…
Ma davvero?
Ma proprio educazione, educazione?
E civica, civica?
Sicuro?
No, perché, laddove dovesse essere esattamente civica, l’educazione in questione, be’, le ipotesi sono due.
O questi non hanno la più pallida idea di cosa sia, l’educazione civica, e non si rendono conto che il prof di turno dovrà insegnare agli studenti come ribellarsi e disobbedire alle loro infami leggi, tra le altre cose.
Oppure, non sarà affatto educazione e tantomeno civica.
Delle due, l’una...

Leggi anche Storie e Notizie

giovedì 29 novembre 2018

Presepe a scuola sì o no

Presepe degli immigratiC’era una volta il presepe a scuola.
E c’era una volta il consiglio comunale di ispirazione leghista di Pisa, dove la parola inopportuna non è né consiglio e tantomeno comunale.
Figuriamoci Pisa, che ha già la proverbiale torre e le sue inestimabili ricchezze artistiche e architettoniche per le quali esser nota.
C’era una volta altresì la mozione votata dal suddetto collegio di crani disabitati, secondo la quale il sindaco e l’assessore alla scuola devono impegnarsi affinché in ogni istituto ci sia il tradizionale plastico di statuine, con tanto di mangiatoia, bue e asinello.
Sapete che c’è?
Ma questi non sono quelli della gente, per la gente, con la gente?
E il presepe, come sostengono debba essere il parlamento, non dovrebbe rappresentare il mondo vero, tutti i cittadini, il cosiddetto paese reale?
Ebbene, sono d’accordo, che lo mettano pure ovunque, il presepe.
Tuttavia la plancia, per risultare onesta e coerente, dev’essere vasta e pronta a ospitare ulteriori personaggi e scenografie.
Il bambino Gesù dovrebbe avere accanto una tra le migliaia di badanti, donne venute da ogni luogo della terra bandita nel fasullo mappamondo padano per allevare le figlie e i figli dei tanti Giuseppe e Maria nostrani.
I re magi, giunti da oltre mare a omaggiare il meraviglioso evento, sarebbero ben più di tre.
Giammai quanto i venditori di spauracchi millantano, ma almeno tanti quanti gli innumerevoli e invisibili doni che portano alla collettività.
Inoltre, insieme ai pastorelli che curano le pecore, si dovrebbe avere la coscienza di aggiungere tutti quegli abitanti privati di rispetto e diritti che quotidianamente fanno altrettanto con i frutti della terra e della vita dei privilegiati dalla buona sorte, quasi senza goderne alcun beneficio.
E nel fatidico giorno della religiosa nascita, gli angeli, come la stella cometa, non potrebbero fare a meno di concentrare la loro luce su di loro, prima di tutti gli altri.
Be’, a un presepe così, ci farei un pensierino perfino io.

Leggi anche Storie e Notizie

giovedì 22 novembre 2018

La scuola è aperta a tutti

studente autistico a scuolaLa scuola è aperta a tutti.
Così ha inizio l’articolo trentaquattro della Costituzione.
Altrettanto in tal guisa comincia questo breve componimento con la presunzione di sentirsi storia.
C’era una volta una classe, quindi.
Anch’essa pronta ad accogliere chiunque, di qualsivoglia aspetto e modalità espressiva, nell’età coerente e, soprattutto, con l’inviolabile diritto di ricevere istruzione adeguata.
A riprova di ciò, di seguito, un eterno scambio tra alunno e maestro, a sancire il patto che li lega.
E se domani mi presentassi privo d’orecchi? Chiede il primo.
Farò sì che i tuoi occhi colgano l’essenziale, risponde il secondo.
E nel caso in cui il giorno seguente i miei occhi fossero tre, anzi, quattro, no, decine in più?
Ti aiuterò a scegliere cosa guardare per comprendere il meglio.
E allorché non avrò voce per dire la mia?
Troveremo insieme la via per renderti protagonista almeno quanto gli altri.
E qualora non avrò la forza di entrare nell’aula?
Usciremo da quest’ultima e faremo scuola accanto a te.
E laddove le mie mani non riusciranno a star ferme ad ascoltar lezioni e raccomandazioni?
Ti insegnerò a muoverle a tempo con i tuoi compagni.
E quando non sarò capace di rimaner seduto e immobile come le pareti che ci circondano?
Scoprirò un valido motivo per fermarti ad ascoltarci tutti.
E se invece non ci sarà alcun libro di testo o programma didattico a giustificare la mia presenza?
Seguiremo te, perché tu sei il motivo, il solo, della nostra presenza.

Questo è il mio compito.
Mentre tu sei scuola.
E senza di te, Francesco.
Noi siamo solo polvere di cancellino e una manciata di sopravvalutati numeri sul registro...

#iosonofrancesco

Leggi anche Storie e Notizie

mercoledì 13 giugno 2018

Maestra licenziata: insultò poliziotti

C’era una volta un paese dove una maestra venne licenziata perché insultò i poliziotti durante un corteo antifascista.
Perché la condotta tenuta dalla docente, seppure non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica, contrastava in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa e arrecava grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione.
C’era altresì una volta una nazione dove ciò che contrastasse in maniera evidente con i doveri inerenti la propria funzione, arrecando grave pregiudizio a tutti i cittadini da essa dipendenti e all’immagine stessa della pubblica amministrazione, comportava il conseguente licenziamento.

Per tutti...
E allora, per semplice coerenza, c’era una volta uno Stato man mano privato di deputati e senatori.
Ministri, sotto ministri e affini.
Politici a vario titolo e vip a titolo zero.
Cronisti al soldo della mafia, o solo al miglior offerente.
Tutti, davvero tutto coloro che si macchiassero del medesimo reato.
Ciascuno di loro licenziati.
C’era una volta favola, proprio così…

Leggi anche Storie e Notizie

Compra il
libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

giovedì 7 giugno 2018

Storie di scuole difficili

L’istante in cui Matteo fece la conoscenza di Giada e Romualdo fu un momento strano, condito da sentimenti contrastanti. Fra tutti la frustrazione ormai alle stelle per le pubbliche umiliazioni e il comprensibile mal comune mezzo gaudio.
L’incontro avvenne esattamente in occasione della terza ora di lezione, quella di Prepotenza.
“Eccoci qua, carissime vipere in calore”, esclamò la professoressa Elvira Diamanti, una donna non bellissima ma dotata di notevole fascino, occhi verdi e capelli biondo platino.
“Siete pronti a sfogare la vostra cattiveria?” domandò ghignando malefica, pronunciando il suo motto preferito prima della consueta esercitazione in aula. Un sì accorato fu la risposta dell’aula.
“Secondo voi”, continuò fissando due studenti al primo banco sul lato sinistro della classe, “chi saranno i sorteggiati?”
“Piersanti e Bongiovanni”, esclamarono in coro tutti i presenti, tranne ovviamente gli interessati e l’ignaro Matteo.
“Esatto”, approvò la professoressa. “Voi due, forza. Alzatevi e raggiungete la lavagna.”
Giada Bongiovanni era una ragazza con un bel viso tondo, capelli a caschetto nerissimi e occhi nocciola.
Romualdo Piersanti, invece, era un adolescente non molto alto, ma ben piazzato, con mani forti e grandi. Troneggiava sulla sua testa una montagna di ricci color castano e aveva la carnagione del viso incredibilmente chiara.
Mentre i due si sistemarono in piedi innanzi alla lavagna, mostrando entrambi un’espressione enormemente triste, il nostro vide l’insegnante aprire sulla cattedra uno scatolone e, come se stesse per rivelare uno straordinario regalo, con gli occhi luccicanti mostrò ai ragazzi il contenuto.
“Guardate cosa ho portato?” annunciò eccitata. “Cancellini zuppi di gesso, roba vintage, come quelli che si usavano una volta. Avanti, forza. Rifornitevi e diamo il via al tiro al bersaglio.”
Tutta la classe abbandonò emozionata il proprio posto per fare munizioni, svuotando del tutto la scatola. Tutti fuorché Matteo, com’era prevedibile. Fu in quell’istante che la professoressa si accorse di lui, scorgendo la faccia nuova rimasta a sedere.
“Tu chi sei?”
“Buongiorno, professoressa”, rispose il nostro. “Mi chiamo Matteo Gramigna.”
La donna sgranò gli occhi.
“Buongiorno?” fece il verso lei. “Buongiorno a chi? Ma come ti permetti?”
“Professoressa”, intervenne prontamente Emiliano. “È un caso grave. Credo sia pure ricchione…”
“Non sono omosessuale”, gridò rabbioso Matteo, stremando ulteriormente i propri nervi.
“Bene”, fece l’insegnante squadrando quest’ultimo con occhi accesi, “molto bene. Quest’oggi i bersagli diventeranno tre. Gramigna, raggiungi i tuoi compagni alla lavagna.”
Sebbene avesse ormai intuito cosa stava per succedere, Matteo si rifiutò ancora di crederci, considerandola un’ipotesi troppo assurda.
Fu smentito pochi secondi dopo. Non appena si fu sistemato alla sinistra di Giada, tra lui e Romualdo, la professoressa di Prepotenza si schiarì la voce e gridò a squarciagola: “Fuoco!”
La miriade di cancellini che piovve sui malcapitati fu talmente pesante da farli crollare in terra.
Non avvezzo alla quanto mai bizzarra esercitazione, Matteo ne beccò perfino uno in un occhio, la qual cosa risultò piuttosto dolorosa.
Eppure, in quell’ennesima mortificazione da quando era giunto alla scuola dei bulli, un barlume di luce si aprì inaspettatamente davanti a lui.
Mentre lordato dal gesso e con la mano sulla palpebra malconcia si stava rialzando da terra, intravide con l’occhio rimasto illeso un evidente abbozzo di sorriso sul volto di Giada.
La scuola dei bulli peggiorava di ora in ora, nondimeno, aveva trovato qualcosa a cui appoggiarsi...

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

giovedì 31 maggio 2018

Storie di scuola e insulti

La seconda ora fu talmente spiacevole per Matteo da fargli addirittura rimpiangere la lezione di Cinismo.
Difatti, pochi minuti dopo l’uscita di scena di Gelindo Ferrara, fece il suo ingresso nell’aula il magrissimo, altissimo e nasutissimo insegnante di Insulti: il professor Alvaro Sampietrini.
Il docente s’impadronì della cattedra, posò gli appunti e con malcelata indolenza prese a stiracchiarsi.
Dopo qualche istante, come se solo in quel momento si rendesse conto della presenza degli studenti, esclamò sguaiato: “Cosa avete da guardare, razza di deficienti? Sono per caso uscito di casa senza mutande?”
Nuove risate riempirono l’aula, fortunatamente non riguardanti Matteo, con il sollievo di quest’ultimo. Tuttavia cantò vittoria troppo tardi, poiché uno dei compari di Emiliano, il corpulento Cristiano, seduto accanto ad Alessandro nell’ultimo banco alla loro sinistra, si affrettò a riportare i riflettori sul nuovo arrivato.
“Professore, abbiamo un novizio…”
Matteo provò all’istante un appassionato odio per il flaccido indice della mano destra con il quale il compagno lo centrava, dando le indiscutibili coordinate al professor Sampietrini su dove si trovasse il novellino in questione.
L’insegnante avanzò lungo la fila nel lato in cui sedeva Matteo e non appena lo vide esclamò a voce alta, provocando le risa di Emiliano sopra tutti: “No! Una testa di carote nella mia classe?”
Matteo non ce la faceva più a sopportare tutte quelle umiliazioni e senza rendersene conto si era alzato in piedi con l’intenzione di uscire.
“Fermo tu”, urlò alterato il docente. “Vuoi forse aggredirmi? Guarda che non ho problemi a picchiarti, te lo dico subito, qui è permesso.”
“Non la voglio aggredire!” saltò su Matteo. “È che non posso stare qui a farmi insultare…”
“Non puoi stare qui a farti insultare?” ripeté Sampietrini sinceramente sorpreso. “Io non ti sto insultando, ragazzino. Ti sto insegnando a farlo. È la mia materia.”
“Ah, giusto…” fece il ragazzo confuso.
“Quindi, imbecille che non sei altro, siediti e impara.”
Il professore fece per tornare alla cattedra e quando stava ormai per sedersi, si voltò di scatto, come colto da una geniale intuizione.
“Anzi, vediamo di battezzarti subito. Cristiano e testa di carote, venite qui alla lavagna.”
Il nostro, preceduto dall’altro sfacciatamente sorridente, ci tenne subito a precisare.
“Professore… il mio nome è Matteo Gramigna.”
“Matteo La Pigna?” fece l’insegnante con chiaro intento di schernirlo, suscitando rumorose risate negli studenti.
“Gramigna”, strillò il ragazzo. “Matteo Gramigna.”
“Come ti permetti di alzare la voce con me?” reagì stizzito l’insegnante facendo un passo verso di lui. “Ti ho già detto che in questa scuola il corpo docente ha la facoltà di alzare le mani…”
“No, mi scusi”, tentò di spiegare il nostro. “Volevo solo dire che il mio cognome è Gramigna e non La Pigna.”
“Va bene”, liquidò la questione Sampietrini, “lasciamo perdere. Oggi farai la tua prima gara di insulti. Tu e Cristiano metteteve uno di fronte all’altro.”
L’amico di Emiliano obbedì prontamente e, sebbene un po’ riluttante, fece lo stesso anche Matteo, ignaro di quel che stava per accadere.
I due si trovavano ora davanti alla classe, in una specie di duello all’ultima ingiuria.
“Le regole sono semplici”, disse Sampietrini mettendosi in mezzo ai due. “L’insulto deve essere pronunciato entro cinque secondi e non si può ripetere ciò che è stato già detto. Avete capito, idioti?”
“Certo, prof”, dichiarò Cristiano super concentrato.
Matteo annuì perplesso, ansioso di togliersi di lì il prima possibile.
“Comincia tu, La Rogna”, lo invitò il professore.
“Gramigna…” mormorò il nostro timidamente. “Ma cosa devo fare?”
“Lo devi insultare, rosso!” gridò il professore impaziente.
Il nostro, estremamente a disagio, buttò lì la prima parola che gli venne in mente: “Stupido.”
Una valanga di risate sgraziate lo travolse all’istante.
“Stupido?” ripeté sorpreso quanto disgustato Sampietrini. “Va bene, continuiamo. Tocca a te, Cristiano…”
“Culo rotto”, disse il ragazzo con grande calma.
“Cretino”, urlò Matteo, cercando di infondere rabbia nella voce.
“Coglione”, ribatté indifferente Cristiano.
“Sciocco”, gridò il nostro mettendo a dura prova le corde vocali.
“Finocchio”, disse l’altro aggiungendo un sorriso maligno.
“Non sono omosessuale” berciò Matteo isterico. “Come ve lo devo dire che non sono omosessuale?”
“Stop”, intervenne prontamente il professore. “Vince Cristiano. Andate a sedervi tutti e due, ora.”
Mentre l’altro scambiava i prevedibili cinque con i compagni divertiti, il nostro riguadagnò il posto nell’ombra, insieme ai classici buu di sottofondo.
La scuola dei bulli stava diventando un incubo.

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

giovedì 24 maggio 2018

Storie di scuola: i cattivi maestri

Il mattino seguente, dopo una notte tutt’altro che serena, il nuovo arrivato alla scuola seguì il pungente compagno di stanza fino alla classe, teatro della prima ora di lezione.
La porta era già chiusa, come quella della mensa, dato che Emiliano era uso arrivare sempre in ritardo.
Indubbiamente un cattivo modello e coerente con il proprio personaggio, senza preoccuparsi di bussare aprì bruscamente la porta ed entrò, subito dopo imitato da Matteo.
Il docente di quella prima lezione, un uomo basso, a dir poco obeso e con un vistoso doppio mento, prese improvvisamene a fissare il nostro con attenzione.
Nel frattempo Emiliano accelerò il passo sino all’ultimo banco della fila centrale, l’unico rimasto vuoto.
“Buongiorno”, fece Matteo muovendosi per raggiungerlo, intuendo che il suo posto fosse proprio accanto a Emiliano.
Al suo saluto, un’ondata di risate sguaiate lo sommerse.
“Silenzio, ragazzi”, ordinò l’insegnante squadrandolo con una specie di ghigno sul viso, “fate silenzio. Anzi, no… ridete pure!”
E via altre beffeggianti risate sul giovane.
“Ma cosa sei tu?” chiese l’uomo abbandonando la zona cattedra e avvicinandosi al sud dell’aula, la remota terra degli ultimi banchi. “Sei un bravo ragazzo, forse?”
Matteo aveva ancora nelle orecchie l’eco delle risa dei suoi nuovi compagni, dolorose quasi quanto frustrate sulla nuda carne. Tuttavia, divennero innocue al cospetto del disagio che avvertì all’avvicinarsi del professore.
“Rispondi, educatino”, lo apostrofò quest’ultimo ormai a un passo. “Dimmi: sei un bravo ragazzo?”
“Be’”, farfugliò l’interessato avvertendo il peso di tutti gli occhi presenti, “presumo di sì…”
“E lo ammette pure”, osservò l’insegnante battendo le mani come quando si vuol sottolineare il proprio stupore, cercando la condivisione degli studenti.
L’uomo, particolarmente obeso, tornò al suo posto velocemente, perlomeno per quanto la massa adiposa glielo permettesse.
“Ti raddrizzo io, razza di mosciarello che non sei altro. Avanti, vieni alla lavagna”, strillò poi, lasciandosi andare sulla sedia, mettendola a dura prova.
Matteo fissò Emiliano come in cerca di aiuto e questi ricambiò con un’espressione di indicibile disprezzo.
“Cos’è? Hai bisogno del permesso del tuo compagno di banco?” inveì l’insegnante. “Mosciarello, ho detto vieni alla lavagna.”
Il nostro non poté fare altro che obbedire. Con grande lentezza mosse qualche passo un po’ titubante e quindi raggiunse il nord dell’aula, le gelide cime dove spadroneggiano terribili creature come solo certi professori sanno essere.
“Allora, mosciarello”, fece l’uomo godendo come un folle nel chiamarlo in quel modo e soprattutto delle risate che scatenava nei ragazzi deridendo la sua vittima, “facciamo le presentazioni: io sono il professor Gelindo Ferrara e tu?”
“Io sono Matteo Gramigna.”
L’insegnante riprodusse il suono di una sorta di tromba stonata, come quando in una trasmissione a premi il concorrente non azzecca la risposta.
“Sbagliato. Tu, da oggi, nella mia lezione sarai mosciarello. Ho deciso così e così sarà.”
“Ma io…”
“Mosciarello”, gridò l’altro levandosi dritto e squadrandolo torvo. “Osi per caso ribellarti al tuo insegnante nella tua prima ora di lezione? Vuoi forse andare dalla preside?”
In quell’attimo lo sgradevole ricordo del primo incontro che aveva avuto con la dirigente della scuola dei bulli venne rievocato nella memoria di Matteo, inducendolo ad arrendersi seduta stante.
“No, professore”, si affrettò a scusarsi, “mi perdoni, non intendevo mancarle di rispetto.”
Alle parole del ragazzo l’insegnante rimase di sasso.
“Ma tu sei proprio un caso senza speranza”, sbottò quindi condendo le sue parole con un chiaro tono di scherno, suscitando per l’ennesima volta l’ilarità degli altri studenti. “Mi perdoni? Ma tu non sei mosciarello, tu sei super mosciarello! Mosciarello alla quinta!”
E giù risate a più non posso.
“Senti, ragazzo”, fece l’insegnante, riprendendosi a fatica dalle risa, “io non so come i tuoi genitori abbiano potuto credere che avessi qualche possibilità di recupero. Se fossi stato tuo padre ti avrei soppresso, come si fa con un cavallo azzoppato. D’altra parte, ormai sei qui e Gelindo Ferrara, professore di Cinismo, non si tira indietro di fronte a una sfida, anche laddove riguardi un incredibile mosciarello come te. Adesso torna al posto, che mi fanno male le guance dal ridere e non ce la faccio più.”
Altri risolini, stavolta sommessi, accompagnarono Matteo all’ultimo banco, dove lo attendeva Emiliano e tutto il suo dispregio.
La scuola dei bulli aveva iniziato a far male sul serio...

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

giovedì 17 maggio 2018

Storie di scuola: il primo giorno

Matteo raggiunse con passi volutamente lenti il tipo sulla soglia della scuola e si fermò a un soffio da costui. Quest’ultimo lo squadrò con indicibile disprezzo e quindi sputò in terra, per poi voltarsi e rientrare spedito.
Il giovane rimase immobile a fissare la spregiante chiazza a pochi centimetri dai suoi piedi allorché l’uomo, voltando di scatto la testa, esclamò: “Deficiente, ti muovi o no?”
Il ragazzo si fece forza e notando che lo scostante signore aveva ripreso a camminare entrò nell’istituto con l’intenzione di seguirlo.
Il pelato precedette il nostro lungo un corridoio talmente tetro al cui confronto il bosco di prima sembrava un paesaggio celestiale. Le mura erano scure, ovvero macchiate di buio. Avvicinandosi si poteva aver timore di caderci dentro. Di precipitare nell’ano dell’inferno, per usare un’immagine calzante.
In breve i due si ritrovarono a un bivio e mister orecchie aguzze prese senza indugio la via di sinistra, sino a fermarsi davanti a un’elegante porta, sul cui legno vi era una targa dorata con su scritto preside.
L’uomo percosse l’uscio con le nocche della mano mancina vistosamente ossuta e attese.
Pochi istanti e una voce di donna, a dir poco sgradevole, invitò a entrare.
Il pelato aprì l’uscio e incalzò Matteo a farsi avanti con un eloquente cenno del capo.
Il ragazzo obbedì e una volta all’interno, avvertendo la porta chiudersi alle sue spalle, percepì un improvviso gelo lungo la schiena. Inevitabile se vi foste trovati al suo posto, al cospetto dell’orribile creatura al di là dell’imponente scrivania.
La preside era una donna che non aveva nulla di riconoscibile come umano. Era molto anziana, ma di un vecchio putrido, andato a male, trascurato. Eppure, mentre osservava il nostro seduta su una gigantesca poltrona mega dirigenziale, ti sarebbe bastato notare solo due particolari per esser sicuro che la vegliarda era tutt’altro che tarda: gli occhi e le mani.
I primi erano di un azzurro chiaro, talmente limpido da apparire quasi bianchi a un’occhiata veloce. Occhiata veloce che di certo non avresti potuto dare alle sue mani, le quali possedevano qualcosa di ipnotico. Le dita erano lunghe, troppo e le unghie affilate apparivano perfette per una strega.
A questo proposito non immaginatevi affatto il modello fattucchiera da favola per bambini. Quella donna faceva paura, senza scherzi.
“Vieni avanti, caro”, disse con una voce inaspettatamente gentile.
Matteo, rincuorato dal tono accogliente della preside, fece un timido passo verso di lei.
“Avanti”, lo incoraggiò quest’ultima, “non ti mangio mica.”
Inevitabilmente il giovane si rammentò di Hansel e Gretel ma solo per un fuggevole istante. Come già detto, in quella stanza non v’era nulla di fiabesco.
“Allora, caro”, disse la donna dopo aver smesso di sfregarsi le mani e aprendo una cartellina. “Tu devi essere Matteo Gramigna, non è vero?”
“Sì, signora”, confermò educatamente l’interessato.
L’educatamente non sfuggì alla vecchia, la quale fulminò Matteo con le saettanti pupille e poi riprese a leggere l’incartamento.
“Ah…” fece inarcando il sopracciglio sinistro. “Tuo padre è stato qui da noi. Ulderico Gramigna, graduato a pieni voti. Una carriera impeccabile, quella del tuo babbo. Immagino ne sarai orgoglioso, ragazzo.”
Matteo non rispose. Si limitò ad annuire senza troppa convinzione, notando che lo sguardo della vecchiarda aspettava, anzi, esigeva condivisione.
“Bene”, disse lei dopo aver premuto un pulsante del telefono sulla scrivania. “Ora Duilio, il portiere che hai già conosciuto, ti accompagnerà alla tua stanza. Da domani inizierai le lezioni. Ci sono domande?”
Matteo ci pensò su un attimo e poi scelse una delle migliaia che lo angustiavano da quando era partito con il padre.
“Per quanto tempo dovrò restare qui?”
La preside sorrise, ovvero, trasformò la bocca in un sogghigno spietato e poi, mentre la porta del suo ufficio si aprì per mano del fratello brutto di Spock, rispose con voce gelida: “Per quanto tempo? Per tutto quello che servirà. Come dice il nostro motto, di qua escono solo i cattivi.”

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue

Guarda il Booktrailer

giovedì 22 marzo 2018

Storie di scuola sulla diversità

“Sì, certo”, fa l’interessato, “ma è proprio così, vengo dal pianeta terra, ho la carnagione chiara, e poi, che altro… ah, sì, ho i capelli, che sono biondi, li porto sempre corti, ultimamente, ma da ragazzino mi piacevano lunghi…”
“E chi se ne frega”, lo apostrofa un tipo dagli ultimi banchi, “io c’ho una medusa in testa che mi racconta pure le barzellette quando mi sento un po’ giù, ma non vengo qui a fare lo sborone...”
“Silenzio là dietro”, lo redarguisce la professoressa. “Tuttavia, caro abitante della terra, il punto rimane. Dovresti impegnarti di più nel farci capire chi tu sia…”

Leggi il resto

mercoledì 21 marzo 2018

Storie di scuola e informatica

Titolo: Cosa sono i virus informatici?
Svolgimento...
Ovvero, la nostra scrive la suddetta parola, ma poi
decide di iniziare con il classico copia in colla da internet, così, per esser certa di aver detto almeno qualcosa di giusto.
A onor di ciò, si affida alla preziosa Wikipedia: Un virus informatico è un programma che infetta il pc, creando al contempo copie di se stesso, di solito senza farsi scoprire dall'utente, proprio come i virus biologici. Coloro che fabbricano e diffondono virus sono chiamati hacker, i quali si approfittano della debolezza dei sistemi operativi per danneggiare i computer, rallentandone o condizionandone il funzionamento.

Leggi il resto

martedì 20 marzo 2018

Storie di scuola e computer

“Prego”, fece stancamente l’insegnante di informatica, “spiega pure ai tuoi compagni il capitolo che avevate per casa.”
Di seguito sbadigli in quantità industriale e assenza d’occhi e orecchie da far crollare sicurezze financo nel più navigato abitante delle scene.
Nondimeno, talora capita che queste ultime siano solcate da creature che non sono lì per ricever applausi e lodi.
Sono lì e basta.
Per la prima volta nella loro seppur breve esistenza, sono lì.
Mattia si schiarì la voce e iniziò...

Leggi il resto