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Storie di scuole difficili

L’istante in cui Matteo fece la conoscenza di Giada e Romualdo fu un momento strano, condito da sentimenti contrastanti. Fra tutti la frustrazione ormai alle stelle per le pubbliche umiliazioni e il comprensibile mal comune mezzo gaudio.
L’incontro avvenne esattamente in occasione della terza ora di lezione, quella di Prepotenza.
“Eccoci qua, carissime vipere in calore”, esclamò la professoressa Elvira Diamanti, una donna non bellissima ma dotata di notevole fascino, occhi verdi e capelli biondo platino.
“Siete pronti a sfogare la vostra cattiveria?” domandò ghignando malefica, pronunciando il suo motto preferito prima della consueta esercitazione in aula. Un sì accorato fu la risposta dell’aula.
“Secondo voi”, continuò fissando due studenti al primo banco sul lato sinistro della classe, “chi saranno i sorteggiati?”
“Piersanti e Bongiovanni”, esclamarono in coro tutti i presenti, tranne ovviamente gli interessati e l’ignaro Matteo.
“Esatto”, approvò la professoressa. “Voi due, forza. Alzatevi e raggiungete la lavagna.”
Giada Bongiovanni era una ragazza con un bel viso tondo, capelli a caschetto nerissimi e occhi nocciola.
Romualdo Piersanti, invece, era un adolescente non molto alto, ma ben piazzato, con mani forti e grandi. Troneggiava sulla sua testa una montagna di ricci color castano e aveva la carnagione del viso incredibilmente chiara.
Mentre i due si sistemarono in piedi innanzi alla lavagna, mostrando entrambi un’espressione enormemente triste, il nostro vide l’insegnante aprire sulla cattedra uno scatolone e, come se stesse per rivelare uno straordinario regalo, con gli occhi luccicanti mostrò ai ragazzi il contenuto.
“Guardate cosa ho portato?” annunciò eccitata. “Cancellini zuppi di gesso, roba vintage, come quelli che si usavano una volta. Avanti, forza. Rifornitevi e diamo il via al tiro al bersaglio.”
Tutta la classe abbandonò emozionata il proprio posto per fare munizioni, svuotando del tutto la scatola. Tutti fuorché Matteo, com’era prevedibile. Fu in quell’istante che la professoressa si accorse di lui, scorgendo la faccia nuova rimasta a sedere.
“Tu chi sei?”
“Buongiorno, professoressa”, rispose il nostro. “Mi chiamo Matteo Gramigna.”
La donna sgranò gli occhi.
“Buongiorno?” fece il verso lei. “Buongiorno a chi? Ma come ti permetti?”
“Professoressa”, intervenne prontamente Emiliano. “È un caso grave. Credo sia pure ricchione…”
“Non sono omosessuale”, gridò rabbioso Matteo, stremando ulteriormente i propri nervi.
“Bene”, fece l’insegnante squadrando quest’ultimo con occhi accesi, “molto bene. Quest’oggi i bersagli diventeranno tre. Gramigna, raggiungi i tuoi compagni alla lavagna.”
Sebbene avesse ormai intuito cosa stava per succedere, Matteo si rifiutò ancora di crederci, considerandola un’ipotesi troppo assurda.
Fu smentito pochi secondi dopo. Non appena si fu sistemato alla sinistra di Giada, tra lui e Romualdo, la professoressa di Prepotenza si schiarì la voce e gridò a squarciagola: “Fuoco!”
La miriade di cancellini che piovve sui malcapitati fu talmente pesante da farli crollare in terra.
Non avvezzo alla quanto mai bizzarra esercitazione, Matteo ne beccò perfino uno in un occhio, la qual cosa risultò piuttosto dolorosa.
Eppure, in quell’ennesima mortificazione da quando era giunto alla scuola dei bulli, un barlume di luce si aprì inaspettatamente davanti a lui.
Mentre lordato dal gesso e con la mano sulla palpebra malconcia si stava rialzando da terra, intravide con l’occhio rimasto illeso un evidente abbozzo di sorriso sul volto di Giada.
La scuola dei bulli peggiorava di ora in ora, nondimeno, aveva trovato qualcosa a cui appoggiarsi...

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

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