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Storie di scuola: i cattivi maestri

Il mattino seguente, dopo una notte tutt’altro che serena, il nuovo arrivato alla scuola seguì il pungente compagno di stanza fino alla classe, teatro della prima ora di lezione.
La porta era già chiusa, come quella della mensa, dato che Emiliano era uso arrivare sempre in ritardo.
Indubbiamente un cattivo modello e coerente con il proprio personaggio, senza preoccuparsi di bussare aprì bruscamente la porta ed entrò, subito dopo imitato da Matteo.
Il docente di quella prima lezione, un uomo basso, a dir poco obeso e con un vistoso doppio mento, prese improvvisamene a fissare il nostro con attenzione.
Nel frattempo Emiliano accelerò il passo sino all’ultimo banco della fila centrale, l’unico rimasto vuoto.
“Buongiorno”, fece Matteo muovendosi per raggiungerlo, intuendo che il suo posto fosse proprio accanto a Emiliano.
Al suo saluto, un’ondata di risate sguaiate lo sommerse.
“Silenzio, ragazzi”, ordinò l’insegnante squadrandolo con una specie di ghigno sul viso, “fate silenzio. Anzi, no… ridete pure!”
E via altre beffeggianti risate sul giovane.
“Ma cosa sei tu?” chiese l’uomo abbandonando la zona cattedra e avvicinandosi al sud dell’aula, la remota terra degli ultimi banchi. “Sei un bravo ragazzo, forse?”
Matteo aveva ancora nelle orecchie l’eco delle risa dei suoi nuovi compagni, dolorose quasi quanto frustrate sulla nuda carne. Tuttavia, divennero innocue al cospetto del disagio che avvertì all’avvicinarsi del professore.
“Rispondi, educatino”, lo apostrofò quest’ultimo ormai a un passo. “Dimmi: sei un bravo ragazzo?”
“Be’”, farfugliò l’interessato avvertendo il peso di tutti gli occhi presenti, “presumo di sì…”
“E lo ammette pure”, osservò l’insegnante battendo le mani come quando si vuol sottolineare il proprio stupore, cercando la condivisione degli studenti.
L’uomo, particolarmente obeso, tornò al suo posto velocemente, perlomeno per quanto la massa adiposa glielo permettesse.
“Ti raddrizzo io, razza di mosciarello che non sei altro. Avanti, vieni alla lavagna”, strillò poi, lasciandosi andare sulla sedia, mettendola a dura prova.
Matteo fissò Emiliano come in cerca di aiuto e questi ricambiò con un’espressione di indicibile disprezzo.
“Cos’è? Hai bisogno del permesso del tuo compagno di banco?” inveì l’insegnante. “Mosciarello, ho detto vieni alla lavagna.”
Il nostro non poté fare altro che obbedire. Con grande lentezza mosse qualche passo un po’ titubante e quindi raggiunse il nord dell’aula, le gelide cime dove spadroneggiano terribili creature come solo certi professori sanno essere.
“Allora, mosciarello”, fece l’uomo godendo come un folle nel chiamarlo in quel modo e soprattutto delle risate che scatenava nei ragazzi deridendo la sua vittima, “facciamo le presentazioni: io sono il professor Gelindo Ferrara e tu?”
“Io sono Matteo Gramigna.”
L’insegnante riprodusse il suono di una sorta di tromba stonata, come quando in una trasmissione a premi il concorrente non azzecca la risposta.
“Sbagliato. Tu, da oggi, nella mia lezione sarai mosciarello. Ho deciso così e così sarà.”
“Ma io…”
“Mosciarello”, gridò l’altro levandosi dritto e squadrandolo torvo. “Osi per caso ribellarti al tuo insegnante nella tua prima ora di lezione? Vuoi forse andare dalla preside?”
In quell’attimo lo sgradevole ricordo del primo incontro che aveva avuto con la dirigente della scuola dei bulli venne rievocato nella memoria di Matteo, inducendolo ad arrendersi seduta stante.
“No, professore”, si affrettò a scusarsi, “mi perdoni, non intendevo mancarle di rispetto.”
Alle parole del ragazzo l’insegnante rimase di sasso.
“Ma tu sei proprio un caso senza speranza”, sbottò quindi condendo le sue parole con un chiaro tono di scherno, suscitando per l’ennesima volta l’ilarità degli altri studenti. “Mi perdoni? Ma tu non sei mosciarello, tu sei super mosciarello! Mosciarello alla quinta!”
E giù risate a più non posso.
“Senti, ragazzo”, fece l’insegnante, riprendendosi a fatica dalle risa, “io non so come i tuoi genitori abbiano potuto credere che avessi qualche possibilità di recupero. Se fossi stato tuo padre ti avrei soppresso, come si fa con un cavallo azzoppato. D’altra parte, ormai sei qui e Gelindo Ferrara, professore di Cinismo, non si tira indietro di fronte a una sfida, anche laddove riguardi un incredibile mosciarello come te. Adesso torna al posto, che mi fanno male le guance dal ridere e non ce la faccio più.”
Altri risolini, stavolta sommessi, accompagnarono Matteo all’ultimo banco, dove lo attendeva Emiliano e tutto il suo dispregio.
La scuola dei bulli aveva iniziato a far male sul serio...

Dal libro La scuola dei bulli, di Elisa Blue Guarda il Booktrailer

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