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Storie di scuola dal Sud America

C’era una volta una scuola.
Una scuola normale, tutt’altro che favorita.
Dal destino come dall’amministratore di turno della cosiddetta cosa pubblica.
Nella scuola normale c’era una classe altrettanto ordinaria.
D’altra parte, normale o d’eccellenza che sia, laddove vi sia una classe ecco che spunta una maestra e loro.
I figli dei grandi.
Di madri, è ovvio.
Della vita in genere, di ogni tinta e profilo, laddove riesca a sopravvivere alle ottenebrate briglie di sua altezza la morale imperante.
E ovviamente di padri.
“Che lavoro fa il vostro papà?” domandò l’insegnante.
“Nostro padre riempie il piatto del prossimo”, risposero baldanzosi i figli dei camerieri.
“Il nostro papà, invece, erige giaciglio e riparo alle vite altrui”, dichiararono con ardore i figli dei muratori.
“Nostro padre è un cacciatore di futuri possibili”, confessarono emozionati i figli dei migranti.
“Il nostro papà, invece, cerca di vincere la partita malgrado l’arbitro abbia già fischiato la fine e sancito la sconfitta”, asserirono con orgoglio i figli dei disoccupati.
“Nostro padre sta tornando, appena farà giorno sarà qui”, giurarono ottimisti i figli dei detenuti.
“Il nostro papà, invece, non tornerà, siamo noi altri a tornare da lui”, spiegarono con autorevolezza i figli dei divorziati.

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